| Presentazione |
Nell’inverno 1801-1802 una consulta composta di 445 notabili
provenienti da ogni parte della Repubblica Cisalpina si
riunì a Lione per discutere e approvare il testo della nuova
costituzione elaborato a Parigi per ordine di Bonaparte. Il 25
gennaio 1802 venne eletto alla presidenza, non senza contrasti, lo
stesso primo console, ma il giorno dopo si verificò un colpo
di scena: durante la lettura della carta costituzionale fatta dal
deputato Brunetti, dopo la pronuncia della parola
Repubblica vi fu una pausa, che venne riempita dal grido
unanime dell’assemblea: “Italiana! Italiana!”.
Napoleone, verso il quale si volsero tutti gli sguardi,
annuì con un sorriso.
Accuratamente preparato dalla regia di Talleyrand, il gesto
intendeva essere una concessione al nascente sentimento nazionale,
alimentato durante il decennio precedente dalla forza di
suggestione della Rivoluzione francese, dalle prime congiure
“giacobine”, dall’esperienza dell’esilio,
dall’afflusso di patrioti di ogni parte della penisola nel
1794 a Oneglia, nel 1796-97 a Milano, infine dalla drammatica fine
delle “repubbliche sorelle” e dalla convinzione che
senza unità non vi poteva essere vera indipendenza. Nello
stesso senso andavano la conferma del tricolore bianco rosso verde
(già adottato dalla Cispadana nel 1796) come vessillo della
nuova Repubblica e la nomina a vice- presidente di Francesco Melzi
d’Eril, un patrizio milanese circondato di grande prestigio e
noto per la sua avversione a ogni forma di servilismo oltre che per
la sua integrità morale.
L’opera legislativa realizzata in soli tre anni fu imponente,
e tale da suscitare ancor oggi stupore e ammirazione: dalla
coscrizione militare all’istruzione elementare obbligatoria,
dalle poderose strutture dei ministeri alla creazione delle
prefetture, dal risanamento delle finanze per cui va giustamente
celebre il nome del ministro Prina alla progettazione dei codici
civile e penale (poi scartati a favore di una applicazione pura e
semplice dei codici francesi), dall’avvio di grandi lavori
pubblici all’inquadramento degli intellettuali in corpi
inseriti nella compagine statale (l’Istituto Nazionale, il
Collegio elettorale dei dotti), non vi è si può dire
settore della vita associata che non venisse allora profondamente
rinnovato, così da far emergere ai nostri occhi, ben
più che le origini del Risorgimento, le linee embrionali
dello stato italiano unitario. Non meno importante il
consolidamento, che fu il portato degli anni napoleonici, di alcune
almeno delle conquiste della grande Rivoluzione:
l’uguaglianza di fronte alla legge e al fisco, la garanzia
dei diritti individuali, la carriera aperta ai talenti.
Il Regno d’Italia, che durò dal 1805 al 1814, pose
alcune limitazioni a questi processi, ma nel complesso
significò la loro prosecuzione e il loro rafforzamento. Si
giustifica così la scelta dell’anno 1802 come data da
celebrare, a due secoli di distanza, non solo per
l’inaugurazione dell’unica forma di Stato che fino alla
seconda guerra mondiale abbia portato il nome di Repubblica
Italiana, ma per l’avvio di un’intensa epoca di
modernizzazione e trasformazione che coinvolse via via tutta
l’Italia peninsulare e rese a lungo termine anacronistico ed
effimero il ritorno al vecchio ordine politico e sociale. Su queste
basi si è proposta la nomina di un Comitato Nazionale per la
celebrazione del bicentenario della prima Repubblica Italiana, col
compito di promuovere, finanziare e coordinare una serie di
iniziative destinate all’estensione e la divulgazione delle
conoscenze sull’età napoleonica in Italia.
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