Si inaugura venerdì 16 giugno alle ore
17, alla presenza del Direttore Generale per i Beni
Librari Luciano Scala, la mostra
fotografica dal titolo: "Rose per Baghdad e Ritratti
d'Epoca" che rimarrà aperta sino al 31
luglio prossimo.
Le ragioni di una ricerca fotografica sull’inquietudine
del nostro vivere in tempo di guerra e terrorismo.
"Rose per Baghdad" ritorna nei lampi delle
nostre cose ed ecco il soggetto della ricerca: in un mazzo di
rose che sfiorisce, nella frutta che sta per marcire nel piatto di
portata, in un interruttore ed un filo della luce che si
arrampica sul muro del giardino dove la corteccia del platano
pare una mappa di questi popoli in guerra, in una foglia di
cavolo che evoca improvvisamente il groviglio e la confusione del
nostro cervello di uomini i quali ritengono di aver trovato
l’antidoto con un confine di indifferenza fissato alla porta
di casa, ovviamente blindata.
A volte, questi oggetti banali ci danno un lampo di smarrimento,
non comprendiamo perché, e ci pongono domande alle
quali non sappiamo o non vogliamo rispondere. L’allarme ci
avverte che gli appartamenti sanguinosi sono sul nostro
pianerottolo, anzi hanno attraversato la serratura.
“Ritratti d’Epoca” prosegue
oggi il cammino iniziato due anni prima, ci porta nuovamente a
riflettere, ad indugiare per un attimo questa volta sulle immagini
patinate delle riviste di moda. I soggetti non sono più foto
scattate dall’autore ma modelle immortalate da
fotografi.
Fotografie che ci riportano alle immagini di moda anni 70. Antonio
Leoni parla attraverso queste immagini, si appropria del lessico
quotidiano della moda per frammentarlo e mostrarcelo ricomposto,
compresso o cambiato di prospettiva. E’ un’analisi
attenta e profonda di un linguaggio mediatico che ha fatto proprio
ricostruendolo sempre attraverso la fotografia.
Se i colori quasi impercettibili degli still-life ci suggerivano
qualcosa, quasi sussurrandolo, le tinte vivaci e metallizzate di
questi scatti hanno un impatto più forte. Ad una prima
occhiata risultano sicuramente più accattivanti, proprio
perché il lessico riprende quello della pubblicità,
ci riporta alle serigrafie di Warhol.
Troviamo molto della pop art in queste immagini: i colori
innaturali e vivaci che si basano su tonalità omogenee, la
scomposizione e ripetizione dell’immagine frammentata, il
proporre un immagine che richiami i layout di stampa o un photolito
con una gamma di colori decrementata.
In molte immagini possiamo notare come nella parte inferiore si
sussegua una ripetizione seriale della stessa immagine compressa in
uno spazio così piccolo da renderla quasi illeggibile, come
un fotogramma che passa velocissimo sotto i nostri occhi.
Guardando attentamente una foto dopo l’altra questa
iterazione d’immagine ci riporta a quello stesso senso di
inquietudine e smarrimento che ci aveva coinvolto in “Rose
per Baghdad”.
Ci fermiamo anche qui tra un fotogramma e l’altro, percepiamo
che ancora una volta il confine con la perfezione della
realtà è stato varcato.
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