La “crudelissima” battaglia navale combattuta nel 1538 nelle acque di Capo d’Orso e la guerra dei Trent’anni (1618-1648) in cui Ottavio Piccolomini Duca di Amalfi e Comandante della Cavalleria imperiale si coprì di gloria, mutarono i rapporti di forza tra Francia e Spagna da cui erano dipese le sorti del Ducato di Amalfi sin dagli inizi dell’infeudazione. Di questo e di altri eventi si parlerà venerdì 20 novembre in occasione della presentazione del volume che raccoglie gli atti del Convegno tenutosi nel 2004 per esaminare le vicende del ducato Amalfi nel passaggio dalla breve signoria feudale dei Sanseverino a quella più duratura dei Piccolomini (1461-1583) e offre oggi l’opportunità di ritornare sulla materia alla luce di nuovi documenti, destinati a rinnovare e chiarire il quadro storico.
Il seminario, organizzato dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con il patrocinio del Comune di Amalfi, della Regione Campania, della Comunità Montana “Monti Lattari”, della Biblioteca Comunale “Pietro Scoppetta” e con il contributo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo dal titolo Le fonti documentarie degli ultimi tempi del ducato di Amalfi. Secoli XVI e XVII, si propone di richiamare l’attenzione degli studiosi sul periodo successivo al passaggio del ducato amalfitano dal dominio piccolomineo al “regio demanio”.
Dopo un tentativo, fieramente osteggiato dal giurista Giovan Francesco de Ponte di Maiori, di assegnare il feudo agli Aldobrandini (1611), lo “Stato” di Amalfi fu concesso a Ottavio Piccolomini (1599-1656), una delle figure più note e controverse dello scenario militare europeo al tempo della Guerra dei Trent’anni, eternato nella luce sinistra gettata su di lui dalla poesia di Friedrich Schiller, che ne rielaborò la figura in Wallenstein, la trilogia drammatica composta nel 1798-99.
La nuova signoria fu però molto breve e presto la Costa tornò sotto il controllo diretto della Corona spagnola. I documenti che saranno esaminati durante il corso seminariale contribuiranno a comprendere con maggior chiarezza i passaggi che condussero al tramonto definitivo di ogni pretesa feudale da parte dei Piccolomini e alla definitiva affermazione di alcune famiglie del patriziato autoctono che tendono a consolidare il loro primato economico accanto a quello politico. Tale strategia condurrà, dopo il ritorno al “regio demanio”, alla creazione di un nuovo sistema oligarchico, in cui le famiglie non si legano più strettamente alle singole realtà urbane e territoriali componenti il ducato, ma diventano "trasversali" (si pensi ai vincoli, di denaro e sangue, che legheranno tra loro per secoli i d'Afflitto e i Bonito di Scala, i Mezzacapo, i de Ponte e i Citarella di Maiori, i Confalone e i d'Andrea di Ravello) riuscendo ad imporre un nuovo tipo di feudalità "leggera", che ha il suo punto di forza nella riscossione dei diritti sui traffici commerciali.