In questo incontro, attraverso ascolti guidati, si rifletterà su come alcune canzoni abbiano sviluppato un atteggiamento critico nei confronti della guerra e, più in generale, nei confronti dell’uso della violenza per risolvere conflitti umani. Come principale esempio si prenderà la canzone “Le deserteur”, scritta durante la guerra di Algeria da Boris Vian, il cui incipit, nel quale si dichiara l’intenzione di disertare rivolta a “monsieur le Président”, risulta estremamente attuale in questi giorni. Verranno considerate diverse sue traduzioni in italiano: in Italia, è stata incisa per la prima volta nel 1964 (nella versione francese originale) da Margot, ovvero Margherita Galante Garrone (figlia di Alessandro Galante Garrone, moglie di Sergio Liberovici e madre di Andrea) nel periodo dei Cantacronache (1958/1960), quindi ci sono state ben sei traduzioni italiane, a cura di Paolo Villaggio, Luigi Tenco, Giorgio Caproni, Gino Paoli, Giangilberto Monti e Giorgio Calabrese. Quest'ultima versione è quella cantata da Ivano Fossati nel suo album "Lindbergh" (1992). Ornella Vanoni l'ha inserita nella scaletta del suo tour nel 1971: dopo essere stata effettivamente incisa in francese da Margot nel '64 (e più tardi da Adriana Martino), la canzone è stata incisa in italiano dal trio francese The Sunlights nel '67 e poi, tra il '71 e il '72, da Ornella Vanoni, da Serge Reggiani e da Achille Millo. Più recentemente è stata cantata in italiano anche da Gianmaria Testa e dai Mercanti di Liquore.
Si farà notare che la versione scritta da Tenco inizia con le parole “Padroni della terra” che rinviano a “Masters of war”, titolo di una delle più celebri ballad antimilitariste di Bob Dylan (1963).
Ci si interrogherà allora su un fenomeno molto frequente nel mondo della canzone: la nascita di una canzone a partire da una canzone precedente.
Numerosi importanti autori, tra i quali Bob Dylan, Fabrizio De Andrè, John Lennon, Keith Richards e Francesco De Gregori, hanno dichiarato di aver concepito molte canzoni a partire da altre a loro note, in alcuni casi conservando del brano di partenza solo qualche elemento dell’accompagnamento, in altri mantenendo molto di più. Verranno affrontate, tra le altre, canzoni di Bob Dylan, dei Beatles, di De Andrè, De Gregori e Tenco.
Luca Marconi insegna “Storia della Popular Music” e “Pedagogia della musica” presso il Conservatorio di Musica “Luisa D’Annunzio” di Pescara.
Ha affrontato la relazione tra la comunicazione musicale e l’analisi della musica in diverse pubblicazioni, tra le quali Musica Espressione Emozione (CLUEB, Bologna, 2001) e La melodia (Bompiani, Milano, 1992), scritto con Gino Stefani.
Ha anche pubblicato diversi saggi negli ambiti della storia della popular music della semiologia della musica e della didattica della musica: ha curato, con Gino Stefani, il volume Il senso in musica. Antologia di semiotica musicale (CLUEB, Bologna, 1987); il suo saggio “Canzoni Diverse. A Semiotic Approach to Luigi Tenco’s songs” è stato pubblicato nella raccolta Made in Italy, Studies in Popular Music, curata da Franco Fabbri e Goffredo Plastino (Routledge, New York and London,, 2014).
Max Manfredi, trasversale, imprendibile sotto un’etichetta, vagabondo dalla musica al teatro, dalla letteratura alla didattica, è un artigiano di musica e parole. Sulla scena da oltre vent’anni, racconta di viaggi, climi, città e metropoli, storie d’amore e di disincanto, prende a schiaffi e carezze, evoca scene meridiane o crepuscolari in cui per riconoscersi, e lo fa accompagnato da musicisti provenienti da esperienze disparate. L’ultimo suo album si intitola “Dremong” l’orso tibetano, inquieto ed inquietante essere dal carattere – tradizionalmente – malvagio e che tende spesso ad alzarsi sulle zampe in posizione eretta, simile agli Umani, tanto da aver dato origine, secondo alcuni, alla leggenda dello Yeti, l’Abominevole Uomo delle Nevi. Un orso imprendibile che abita le altitudini e le solitudini himalayane, e ogni tanto si mostra al consesso umano.…