La passione di Manzoni, grande proprietario terriero, per l’agricoltura accompagna tutta la sua vita con una assiduità e una competenza che sono paragonabili a quelle dedicate alla letteratura e alla lingua.
La documentazione storica è nei suoi scritti. L’aspetto più noto ai lettori sono le pagine dei“Promessi sposi” nelle quali Manzoni si rivela un grande paesaggista rurale e la famosissima descrizione della “vigna di Renzo”, un virtuosismo da botanico. Meno conosciute ma più importanti sono le numerose lettere in cui dà notizia dei suoi esperimenti di coltivazione, chiede sementi, parla dei libri di agricoltura che studiava. Manzoni, ad esempio, ha sperimentato la coltivazione del cotone ed è stato un promotore dell’utilizzo della robinia come pianta rafforzatrice di argini e massicciate, contribuendo così a modificare il paesaggio della campagna lombarda.
Questo aspetto, oggi quasi dimenticato di Manzoni, era ben noto ai suoi tempi, tanto che il prof. Santo Garovaglio, docente di Botanica nell’università di Pavia, nel 1866 gli dedicò (come è d’uso tra gli studiosi) un lichene da lui scoperto, chiamandolo “Manzoniacantiana”.
Molti sono gli elementi comuni di Manzoni scrittore e agricoltore (vocazione; grande impegno di studio; sperimentazione). Certo lo scrittore è a tutti noto, l’agricoltore no. Ha imparato lentamente a far uscire i frutti dalla pagina e dalla terra; se i risultati sono diversi, l’intenzione è la stessa: per questo è utile dopo il primo, leggere anche quello che potremmo chiamare il “secondo romanzo”.
Cesare Repossi, studioso di storia della cultura lombarda e pavese, è coautore (con Angelo Stella) del commento a “I promessi sposi” stampato da Einaudi nel 1995.