
Il 13 gennaio del 1672, con la promulgazione della bolla Ex commissae Nobis caelitus contenente Diversae Ordinationes circa extractionem Reliquiarum ex Coemeteriis Urbis, & Locorum circumvicinorum, illarumque custodiam, & distributionem, Clemente X - nel tentativo di disciplinare una materia sempre più articolata e dai contorni frastagliati - affidava al proprio Vicario, cardinale Gaspare Carpegna, l'incombenza dell'estrazione e della dispensa delle reliquie cavate secondo i criteri distintivi identificati dalla Congregazione delle indulgenze e delle reliquie, con la facoltà di nominare un suo ministro che sovrintendesse a tutte le operazioni di esumazione e conservazione dei resti ossei dei martiri delle catacombe. E' l'atto di fondazione della Custodia delle Sacre Reliquie e dei Cimiteri, la cui importanza crebbe nel corso dei decenni sino a diventare, attorno alla prima metà del XIX secolo, una delle istituzioni religiose più vitali e centrali della Curia romana. Dotate di squadre di cavatori, i cosiddetti corpisantari, i Custodi - con ritmi estrattivi "industriali" - avviarono allora un vasto piano di svuotamento delle gallerie ipogee, innalzando agli onori degli altari, con criteri discutibili, mai esistiti santi di improbabili antiche persecuzioni. Ben presto, però, sorsero problemi sulle competenze del Custode e sulla effettiva proprietà e gestione dei resti ossei cavati: in effetti, a norma del breve di Clemente X del 1672, una parte delle reliquie cavate dai fossori del Custode sarebbe dovuta andare al Praefectus Sacrarii Apostolici, un agostiniano sin dai tempi di Alessandro VI, che le avrebbe dovute custodire per conto del Pontefice.